Blogs

Una scettica rapita da Finding Happiness

Sunday Siyabi
11 Novembre, 2014

Io sono una scettica, di quelle toste. Alla parola Guru, mi si alza il sopracciglio. La mente mi rimanda subito a quella che Dan Harris nel libro 10% Happier chiama la “Happiness Inc.”,il business della felicità. Oppure, a un film divertentissimo, The Love Guru, dove l’appunto Guru dell’Amore sforna preziosi consigli quali “Ti fa soffrire quando lo fai? Non farlo!”, o “Se sei felice e tu lo sai, pensaci ancora!”.

Sono stata invitata al cinema dall’amica Daniela. Pur conoscendo il mio scetticismo, Dani ama trascinarmi nelle sue avventure spirituali e meditative, forse sperando di sanarmi una volta per tutte. E così eccomi qui, in una giornata di pioggia, davanti al cinema Greenwitch di Torino, in attesa di vedere “Finding Happiness – Vivere la felicità”, un docu-film sulla comunità spirituale Ananda World Brotherhood Village, nel Nord California. Una giornalista riceve l’incarico di scrivere un articolo su questa comunità spirituale: inizialmente scettica, finirà col cambiare idea sulla sua stessa concezione di vita dopo avere incontrato il fondatore, Swami Kriyananda, e le persone che, seguendo i suoi insegnamenti, da quasi quarant’anni hanno scelto un cammino diverso dal resto del mondo (da mymovies.it).

Saliamo le scale che portano alla sala, e all’entrata troviamo un drappello di persone sorridenti dietro a due banchetti su cui sono esposti, in vendita, i DVD del film, depliant e svariati libri. Eccoli lì, penso già col sopracciglio a mezz’asta, a vendere materiale e fare soldi. C’era da immaginarselo. Per fortuna, io non cado in queste trappole: i miei soldi li uso per altro.

Prendiamo posto sulle poltrone assegnateci, e attendiamo. Il film ha inizio, e io mi identifico subito con lo spirito diffidente della protagonista, e intanto osservo Daniela con la coda dell’occhio: sorridente e tranquilla, l’ingenua. Dopo una decina di minuti mi metto gli occhiali per vederci meglio. Dopo quindici mi stringo nella sciarpa. Dopo mezz’ora ho le lacrime agli occhi. Ai titoli di coda sono ormai rapita.

Vedete: io non sono il mio curriculum.

Io sono una volontaria. Una missionaria. E il film deve aver risvegliato quella che sono. Non una guida turistica, nè un’insegnante col suo bello stipendio e l’appartamento nuovo e tutto, ma una che è sempre stata felice solo quando si donava pienamente agli altri. E lo faceva gratis.

Questo film ha svegliato la mia volontà di cambiamento, che nell’ultimo anno in Oman si era un po’ assopita, e qui in Italia si era addormentata del tutto, sedata dalla sicurezza del lavoro, degli affetti e degli agi.

Il regista Giacomo Campiotti ha detto “E’ un documento rivoluzionario che dimostra che la felicità non è un’Utopia. Da vedere e rivedere fino a quando non capisci che il protagonista sei tu.” A me è bastato vederlo una volta sola.

Il film è finito e guardo Daniela – senza asciugarmi le lacrime, con lei non devo fingere – per capire se dobbiamo uscire. In quel momento, però,  il drappello che prima stava serafico dietro ai banchetti entra di soppiatto nella sala, cantando e suonando una chitarra. Mioddio, mica penseranno che mi metta a fare la pagliaccia, adesso? Io sono una blogger, un’insegnante, ho una mia dignità!

Poi cala il silenzio, e una donna americana, discepola di Swami Kriyananda, e che ora vive nella loro comunità in provincia di Perugia, prende la parola. La riconosco: era una delle “attrici” del film: nel film interpretava se stessa, come tutti gli altri. Il sopracciglio mi si alza di nuovo, e insieme a lui il muro di diffidenza. Le sue parole mi toccano il cuore:

“Quando mediti, non chiedere che cosa vuoi, ma “Che cosa deve succedere?”. E accettalo.

Come se la felicità fosse una cosa irraggiungibile. Sapete, solo i bambini sono felici. Sono entusiasti. A cos’è dovuta la loro felicità?

Il corpo, per i bambini, è un canale attraverso cui possono correre, saltare e gioire. Per noi, il corpo è un peso.

A loro serve per indagare, per capire. Non hanno paura di sbagliare! Come possiamo ritrovare quella felicità che provavamo da bambini?

Immaginate una bella casa, le cui finestre e porte sono chiuse. Fuori il sole splende. Dentro però è buio, perché è tutto chiuso. Dobbiamo aprire le porte della nostra mente, della nostra energia. Uscire dalle nostre paure: il sole rende felice la nostra anima.

Corpo e mente sono collegati: noi siamo corpo e mente.

Bisogna fare il primo passo. So che correre mi fa bene, e mi dà gioia. Ma il passo più difficile è mettermi le scarpe e uscire. E quando sono fuori, faccio un bel respiro e dico “Ah! Che gioia!”.”

Al termine del suo breve discorso, la signora ci invita a fare con lei due esercizi di respirazione per lasciar andare le tensioni e le tossine, esercizi che lei chiama “di ricarica”. Infine, ci fa intonare alcuni canti: so che Dani non crede ai suoi occhi nel vedermi cantare a squalciagola e battere le mani a ritmo, ma non importa, non mi sento più ridicola: solo felice.

Al punto che, all’uscita dalla sala, non solo mi riempio la borsa di volantini e depliant sull’Ananda Yoga e Raja Yoga, ma acquisto anche non uno, bensì due libri: uno sul vivere con saggezza, l’altro sulle tecniche di respirazione per l’autoguarigione.

finding happiness yogananda vivere la felicità

Possiamo davvero fidarci di un Guru? Io credo di sì, nel momento in cui questi ci offre degli strumenti per farci sentire meglio, e per essere più felici. Come capirlo? Il corpo non mente: mentre guidavo verso casa, al buio e sotto la pioggia, ho cominciato a cantare. Mi sentivo come liberata. A cena ho mangiato di gusto, cosa che non facevo da settimane. E la notte ho dormito come un ghiro.

MilleOrienti definisce la parola Guru letteralmente come “pesante”, nel senso che “la persona ha un “peso” spirituale; il Guru (chiamato Gurvi se è una donna) è il  vero Maestro, cioè l’incarnazione vivente di un percorso verso l’illuminazione. Lui (o Lei) è un insieme di autorevolezza, sapienza e armonia interiore che va ben al di là della conoscenza nozionistica”.

Il Guru non dev’essere per forza un santone indiano con la barba lunga e lo sguardo assente.

Io, ad esempio, il mio Osho l’ho trovato in un prete cattolico tanti anni fa, quando mi stavo preparando per andare volontaria in Kenya. Un uomo illuminato al quale posso dire tutto, proprio tutto ciò che combino – anche che non vado a messa da quasi mezzo secolo e prego con la frequenza di un ateo; il quale spesso raccoglie le mie macerie e mi rispedisce a casa con una visione nuova del problema che mi attanaglia.

Un prete che è riuscito a dirmi: “Io credo proprio che tu, come sei vagabonda nella vita, lo sei anche nell’amore: tu devi essere libera di andare per i prati. Il che è un difetto ma anche un pregio: tu devi scrivere nell’immediato, le esperienze le devi raccontare in diretta. Questa sei tu. Accettati come sei e vivi serena”. Non senza dirmi, ogni volta che ci congediamo e con un sorriso meraviglioso: “Pregherò la Madonna che ti aiuti a farti furba”.

Il trailer del film ve l’ho messo sopra il titolo di questo articolo.

Cosa ne pensate? Diffidate dei Guru, o ne avete uno e non potreste salvarvi senza?
Ma soprattutto: come state, a felicità?


Una bussola verso la felicità

Giulia Calligaro, giornalista
4 Novembre, 2014

Dal finale delle fiabe che ci leggono da bambini, pare cosa fatta: vivremo felici e contenti. Poi però si cresce e la vita non è una favola. Da quel momento, dallo scontro con la realtà, inizia la ricerca spasmodica della felicità, come una nostalgia della terra senza male che abbiamo perduto.

Ma cos’è la felicità? Intorno a noi abbondano copioni di felicità preconfezionata, e molti di noi passeranno forse anche di lì, perché la paura e il disagio a essere diversi ci farà chiamare per un tempo felicità il seguire orme già tracciate. E così ci si ritroverà a cercarla nelle aspettative che altri hanno per noi, quindi a disperarci perché non pare essere mai una felicità adeguata, mai della nostra misura. Alcuni, allora, non potranno non ascoltare la spinta interiore a diventare pionieri della propria vita: a cercare il senso unico e irripetibile della propria venuta sulla Terra.

E qui inizierà la vera ricerca… Ero in mezzo a tutte queste domande quando sono arrivata per caso – ma io non credo al caso -, ad Ananda Assisi. E quello che vi ho trovato non sono state parole belle e teorie astratte: ma un’esperienza concreta di vita e di luce, un orizzonte saldo di gioia verso cui indirizzarmi ogni volta che il buio fosse tornato. Ed è questo orizzonte quello che io chiamo felicità, quella che ho cercato per tutta la vita come una bussola verso cui orientare i miei passi. L’unità di misura della vita, che dà senso anche al dolore dentro un più ampio disegno. Ho portato dunque questa lezione nella mia vita, e ad Ananda, ogni volta che torno, ora so di ritrovare una grande famiglia, creata da Swami Kriyananda sugli insegnamenti di Paramhansa Yogananda, per condividere alcuni profondi semplici valori, che sono tutto quello che è realmente necessario ad essere felici: una famiglia fondata sulle qualità divine che sono tutte dentro di noi.

Questa è la bella notizia: la felicità è dentro di noi. Vedendo ora il film, lo dico subito, mi sono molto commossa. Mi sono anche identificata nel viaggio tra la città e la vita comunitaria e ho di nuovo provato quell’incredibile sensazione interiore per cui le parole e le immagini non arrivavano solo alla vista e all’udito, ma si trasformavano immediatamente in esperienza e vita. Dentro sentivo chiara una voce: è questo che voglio. E sono certa che questo è quello che stiamo cercando in molti, e allora spero davvero che la visione di Finding happiness tocchi quei cuori ancora in ricerca che stanno attendendo una scintilla per trovare la loro strada, la strada della felicità.


Vivere la felicità – un viaggio per scoprire quanto spesso ignoriamo l’evidenza e la semplicità delle cose

Gianlucca Ferri, OptimItalia
17 ottobre, 2014

È un docu-film che ci mostrerà modi di vivere alternativi, realmente esistenti in comunità sparse nel mondo. Il film è stato ben accolto dalla critica e ha suscitato quanto meno curiosità e magari anche voglia di introspezione.

Questo film fa gola. Non fosse altro che per il titolo: chi non vorrebbe Vivere la felicità?! Ma soprattutto fa gola per il fatto stesso che il film è a metà fra realtà e finzione. E allora tanto vale vedere cosa ha da dire in proposito. Vuoi vedere che magari ci scappa, non dico qualche ricetta magica, ma qualche semplice consiglio di buona vita. La parte che attiene alla realtà del film non è poco e riguarda le location: sono reali e sono l’Ananda World Brotherhood Village in California, e i villaggi Ananda in Italia e India.

La trama ci racconta di Juliet Palmer (Elisabeth Rohm), giornalista concentrata a raccontare soprattutto cronache di corruzione, che inaspettatamente riceve il compito (non apprezzato) dal boss della rivista Profiles di indagare su una comunità spirituale nel nord della California. Si tratta appunto della Comunità Ananda, realmente esistente, eredità del grande maestro indiano Paramhansa Yogananda, autore di Autobiografia di uno Yogi, e del suo discepolo Swami Kriyananda, che ha dedicato la sua vita alla creazione di queste comunità di fratellanza mondiale. La giornalista Juliet, che all’inizio si mostra diffidente e distaccata, si ritroverà pienamente addentro una nuova e radicale prospettiva di vita; imparerà ad apprezzarla e soprattutto a sentirla sua, amandola. Il suo non sarà un semplice soggiorno, ma l’occasione per scavarsi dentro, anche brutalmente, e riscoprire cose che in un’intera vita non aveva saputo mettere a fuoco. O forse non aveva potuto.

Insomma, le tematiche affrontate da questo lungometraggio non sono sicuramente nuove, ma forse, se come si dice sono state rese molto bene in questo contesto da docu-film, il tutto potrebbe risultare sicuramente affascinante non poco. O quanto meno apprezzabile: in un solo fugace pensiero spicciolo e sintetico, al limite della superficialità, sicuramente possiamo affermare che quanto attiene alla spiritualità in senso lato della cultura indiana, vedica, buddhista etc. spesso può risultare distante anni luce dal modus vivendi tipicamente occidentale. La maggior parte di noi spesso si ritrova, ahinoi, a districarsi fra tempi accelerati in maniera violenta e ritmi lavorativi ossessivi; insomma, spesso ci ritroviamo in una sorta di spirale negativa per quanto riguarda il nostro stile di vita che, pur riconoscendola deleteria, non riusciamo a modificare, a smussare, ad addolcire.

Finding Happiness (Vivere la felicità), è un film che è stato ben chiacchierato ed ha già avuto qualche importante riconoscimento nella cinematografia internazionale: al Festival Internazionale del cinema e Trascendenza a Brasilia, all’International Film Festival for Peace in Indonesia e allo Spirit Film Festival a Tel Aviv. Ted Nicolaou dirige il tutto; Roberto Bessi e Frank Hildebrand lo hanno prodotto. In Italia sarà distribuito dalla Bolero Film, in esclusiva il 20 novembre a Roma e a Milano. Per quella data cercherò di mettere da parte il mio cinismo pregiudizievole: non è mai scontato, né banale, conoscere nuove prospettive di vita. Nella peggiore delle ipotesi ci si confronta. Tutto qui.