Recensioni

poster quotes

velino

Viaggio alla ricerca della felicità, una reporter sulle orme di Swami Kryananda

Arriva in Italia il film “Finding Happiness” che racconta la vita delle comunità Ananda dove la spiritualità è in primo piano

“Venite a cantare la verità che tutti siamo fratelli” è l’invito della canzone scritta da Swami Kriyananda, il fondatore delle comunità Ananda, presenti in tre continenti dal 1969. È una storia che comincia nel 1920 quando lo Yoga arriva negli Stati Uniti, nella figura di Paramhansa Yogananda, il cui libro “Autobiografia di uno yogi” attirò l’attenzione di J. Donald Walters, poi Swami Kryananda, che volle incontrarlo di persona e che ebbe il privilegio di seguirlo da discepolo. La missione di Yogananda includeva due punti chiave che influenzarono fortemente Swami Kryananda: “il cambiamento inizia da dentro di noi” e “il nostro ambiente influenza grandemente la nostra ricerca della felicità”. Yogananda ebbe la visione di luoghi dove le persone avrebbero messo in pratica questi principi e li chiamò “Colonie di Fratellanza Mondiale”. Nel 1968 Swami Kriyananda fondò la prima di queste comunità nei pressi di Nevada City in California, sulle colline della Sierra Nevada. Oggi sono 9 le comunità per un totale di 1200 residenti.

La comunità Ananda in Europa è ad Assisi (prima si trovava sulle rive del lago di Como) ed ospita 120 residenti con una scuola di 23 alunni. Nei centri urbani si trovano più di 150 gruppi di meditazione, per chi non aderisce ai principi di Swami Kriyananda, ma non può lasciare la città. Il più recente è in nuova Zelanda. In Italia ci sono 30 sedi di meditazione. Uno è anche a Roma (Largo della Gancia 5), la prima città italiana che ospita la proiezione del film “Finding Happiness” (dal 20 al 26 novembre al Cinema Barberini, con la possibilità domenica 23 di un happening speciale dalle 17 alle 18 per gli spettatori degli spettacoli delle 15 e delle 18) che racconta le comunità Ananda. Poi dal 27 novembre la pellicola sarà distribuita con la Bolero Film a Milano (Cinema Apollo) ed a Torino (al Greenwich Village). A febbraio la distribuzione riprenderà, interessando altre città italiane. Intanto, in contemporanea uscirà il dvd e a breve online sarà presente lo streaming ed il download della pellicola.

Il film “Finding Happiness”, per la regia di Ted Nicolau, prodotto da Roberto Bessi, è un viaggio nella prima comunità Ananda attraverso gli occhi della reporter Juliet (interpretata da Elisabeth Rohm, unica attrice della pellicola assieme a John M. Jackson che veste i panni del suo capo Jim, al timone della rivista Profiles; le altre persone che vediamo nel film sono reali residenti delle comunità; in più ad interpretare Yoganada è un suo discendente), inviata lì per un reportage ed il cui scetticismo e cinismo iniziale si piegheranno di fronte all’apertura totale e all’autenticità delle persone incontrate. Juliet intitolerà il suo servizio “Le città della luce. La speranza del futuro”, e nella sua vita farà bagaglio del messaggio raccolto: “Vivi per essere felice”. Ananda si propone come “alternativa positiva all’avidità”. La pratica dello Yoga e la ricerca della propria spiritualità, che non è religione, ne sono i punti chiave. Ma in una comunità dove c’è un tempio con un altare con le immagini del Dio di tutte le religioni e che quindi sembra aspirare al sincretismo, possono trovare un posto anche gli atei? Swami Kryananda, a chi gli confessava che non credeva in nessun Dio, disse: “Pensa alla cosa più bella per te, quella è il tuo Dio”.

Fu lo stesso Swami Kryananda che, incontrato il cineasta Roberto Bessi a Roma in occasione dello Yoga Festival in Villa Pamphilj, insistette per questo film, che è riuscito a vedere montato pochi giorni prima di lasciare il suo corpo. Swami Kryananda è morto l’anno scorso, ma la sua saggezza continua a viaggiare per il mondo. Negli Stati Uniti e in India ad inizio 2015 uscirà anche un secondo film, già girato, “The Answer”, che racconterà l’incontro del saggio col suo Maestro Yogananda. In “Finding Happiness” la voce di Swami Kryananda per suo volere non è doppiata. Shivani Lucki, produttrice esecutiva del film e tra i fondatori delle comunità Ananda negli Stati Uniti e in Europa, spiega: “La voce è un canale molto importante di comunicazione. Nessuno poteva doppiare la sua coscienza. Lui ha sempre detto che gli occhi e la voce sono la finestra dell’anima”. La bellezza di Shivani Lucki è che invita “a fare tutto passo dopo passo”, grandi progetti ma a piccoli passi. Incontrare Swami Kryananda in “Finding Happiness” è per lo spettatore un’esperienza a cui avvicinarsi con rispetto, in punta dei piedi; poi, ad un certo punto della pellicola, come avviene per la reporter Juliet, è Swami Kryananda che aspetta lo spettatore a braccia aperte per accoglierlo.

cinematografo

Meditate gente!

Come vivere in comunità e imparare ad essere felici: la docufiction Finding Happiness (in sala dal 20 novembre) racconta l’esperienza di Ananda.

Ciclicamente, le società avvertono il bisogno di un ribaltamento di valori e stili di vita percepiti dagli individui come infruttuosi, se non addirittura dannosi. Accade spesso nei periodi di crisi economica, culturale e sociale, quando l’insoddisfazione per il presente e la sfiducia nel futuro producono come potente anticorpo la riscoperta dell’ideale comunitario. E’ successo con le prime comunità cristiane nel declino dell’impero romano, con le comunità monastiche durante l’avanzata dei barbari nell’alto medioevo, con hippie e figli dei fiori di fronte alla guerra in Vietnam e alla prima crisi di legittimazione del capitalismo americano.

In realtà questi fenomeni non sono mai scomparsi. Ci sono sempre stati gruppi di individui desiderosi di tagliare i ponti con la loro precedente esistenza per vivere insieme una vita più autentica. Semplicemente, in determinati periodi, questi gruppi accrescono esponenzialmente la loro forza attrattiva.

E’ assai probabile che l’attuale momento storico rientri tra questi: conflitti armati, crisi economica, squilibri dell’ecosistema e sistemi sociali sempre meno capaci di garantire standard di vita accettabili, hanno dato nuova linfa alle comunità e fatto dimenticare scandali e derive settarie che pure, in passato, ne hanno macchiato l’esperienza. Errori da amputare ai singoli piuttosto che all’ideale, che resta un’opzione valida, auspicabile e positiva se, come Papa Francesco stesso ha sottolineato in occasione dell’incontro con i rappresentanti di altre religioni di marzo 2013, coinvolge “uomini e donne che pur non riconoscendosi in nessuna tradizione religiosa sono in cerca della verità, della bontà e della bellezza, che è verità, bontà e bellezza di Dio”.

Sembrerebbe il caso raccontato da Finding Happiness, la docu-fiction che Bolero porterà nelle sale italiane il prossimo 20 novembre, per una settimana. Con l’espediente di una giornalista della carta stampata (l’attrice Elisabeth Rohm) incaricata di scrivere un reportage su una comunità spirituale del nord della California, il film di Ted Nicolau ci regala una sorta di depliant filmato di Yoga Ananda. Inizialmente scettica, la reporter cambierà radicalmente opinione dopo una settimana passata con i membri della comunità, un’esperienza che la segnerà nel profondo e le aprirà gli occhi sulla propria esistenza. Ovviamente la giornalista riveste il ruolo di ogni spettatore, chiamato a sperimentare con il film le gioie di Ananda World Brotherood Village, la comunità-madre delle nove sparse per il mondo (le cosiddette “Colonie di Fratellanza Mondiale”, ce n’è una anche in Italia, ad Assisi).Fondata nel 1968 nei pressi di Nevada City in California, sulle meravigliose colline della Sierra Nevada, Ananda (termine sanscrito che sta per “gioia divina”) fu l’intuizione di J. Dolad Walter, poi diventato Swami kriyananda, discepolo di Paramhansa Yogananda, il guru indiano che, arrivato negli Stati Uniti nel 1920, fece conoscere lo yoga in tutto l’Occidente grazie anche alla sua Autobiografia di uno yogi, uno dei libri più venduti al mondo. Yogananda non professava una religione – nonostante traesse ispirazione dalle loro figure-chiave, come Gesù Cristo o Gandhi- ma additava ai discepoli un percorso di liberazione spirituale segnato da due principi basilari: il cambiamento inizia dentro di noi; il nostro ambiente influenza grandemente la nostra ricerca della felicità.

Il sogno di Yoganada, poi realizzato dal discepolo Swami Kriyanada, era quello di vedere sorgere nel mondo luoghi dove le persone avrebbero messo in pratica i suoi principi. La prima, come detto, nacque in Sierra Nevada e altre ne vennero create in America, India ed Europa. Caratterizzate da un disinvolto sincretismo religioso, che fonde induismo, yoga e cristianesimo di matrice francescana – nella comunità della Sierra Nevada c’è persino una chiesetta per la meditazione che riproduce fedelmente la Porziuncola di Assisi – le comunità di Ananda sono villaggi veri e propri, in cui i residenti (ma si può scegliere anche di non risiedere al loro interno), si preoccupano di tutte le esigenze del villaggio coltivando i terreni, allevando gli animali, curando le persone, insegnano nelle scuole, praticando discipline artistiche e, naturalmente, nutrendo lo spirito attraverso lo yoga e la meditazione trascendentale. Uno stile di vita improntato alla ricerca del vivere sano, della fratellanza tra i membri, del raggiungimento di una felicità intraterrena sempre illuminata dalla coscienza di far parte di qualcosa di più grande, di essere una scintilla divina.Finding Happiness dà sovente l’impressione di essere un opuscolo promozionale della realtà di Ananda: le persone sono tutte gentili, sorridono sempre, esibiscono una calma epicurea, mostrano insomma tutti i segni morali tipici di neofiti e illuminati. Il che non vuol dire che non ci siano ombre o dissidi all’interno della comunità: “I conflitti fanno parte della vita – spiega Paolo Tosetto, Direttore della Comunità Ananda di Assisi, intervenuto a Roma alla conferenza stampa di presentazione del film – però non sono loro il problema, ma il modo in cui vengono affrontati. Ananda non è paradiso, ma uno sforzo per superare se stessi. Non si può cambiare il mondo, ma se stessi”.

“Come gestiamo i momenti di buio e di ombra? – si chiede Shivani Lucky, produttrice esecutivo del progetto e fondatrice della comunità di Ananda in Europa – La nostra attività principale è la meditazione con la quale capiamo che c’è sempre un’altra prospettiva sulla vita. Quando ci sono conflitti di opinioni, di ego, nella comunità, cerchiamo di capire che cosa vogliono insegnarci attraverso la meditazione. È molto importante che la comunità mediti insieme. Ad Assisi, che conta 120 residenti, lo facciamo due volte al giorno. Non ci crederete, ma in 40 anni io e mio marito non abbiamo mai litigato”.

Ideato e commissionato da Swami Kriyanada (che appare in carne ed ossa nel film ed è morto subito dopo aver visto il montato finale nel 2013), Finding Happiness è stato prodotto tra gli altri dall’italiano Roberto Bessi (producer de il terzo tempo) ed è il primo dei due progetti audiovisivi dedicati alla realtà di Ananda: nel 2015 uscirà The Answer e racconterà l’incontro tra Swami Kriyanadi e il suo Maestro.

cinemamente

Recensione Finding Happiness: Mettiamo al centro il nostro benessere interiore

La recensione di “Finding Happiness”, il film di Ted Nicolaou, con Elisabeth Rohm e John M. Jackson, prodotto da Hansa Productions, al cinema dal 20 novembre distribuito in Italia da Bolero Film.

Il film, presentato lunedì alla stampa, vede una giornalista, Juliet Palmer, interpretata da Elisabeth Rohm, ricevere dal suo capo l’incarico di visitare la comunità spirituale degli Ananda, nel nord della California, e intervistare il suo fondatore, Swami Kriyananda. La giornalista accetta malvolentieri l’incarico e si reca all’Ananda World Brotherhood Village con una certa dose di scetticismo ma anche con un po’ di curiosità. A poco a poco, intervistando i vari membri della comunità e passando il tempo con loro, praticando yoga e meditazione, Juliet mette da parte il suo scetticismo e rimane sempre più affascinata dallo stile di vita che viene qui praticato. Si tratta quindi di una sorta di documentario sulle comunità Ananda, fondate nel 1968 in California da Swami Kriyananda, giovane discepolo di Paramhansa Yogananda (l’autore di “Autobiografia di uno Yogi”) e poi diffusesi in tutto il mondo, anche in Italia, dove ve ne è una nei pressi di Assisi, e dove si cerca di vivere in una maniera alternativa a quella imposta dalla moderna società consumistica, basata invece sull’attenzione alla spiritualità e l’essere in armonia con le altre persone e con la natura. Lo spettatore, magari, ha all’inizio lo stesso atteggiamento un po’ scettico della giornalista, dato che ormai, anche in Occidente, sono tantissime le comunità ed anche le sette religiose che dicono di ispirarsi, in maniera un po’ vaga, a determinati principi, ma che, poi, non sono coerenti con essi, e rimane invece piacevolmente sorpreso nel vedere come, in questo caso, i membri di Ananda sembrano essere effettivamente appagati, anche interiormente, dalla loro partecipazione alla comunità, e cerchino di tramettere agli altri questa loro gioia di vivere. Il film contribuisce quindi a farci riflettere sul nostro stile di vita e a metterlo in discussione vedendo che si può stare meglio, si può “trovare la felicità“, come dice il titolo, mettendo al centro la nostra essenza spirituale, il nostro benessere interiore, e cercando di condividere con gli altri questo benessere, e ci conduce alla scoperta di queste comunità di Ananda,apparentemente strane ed eccentriche, ma, dove, semplicemente, si seguono valori non materiali, diversi da quelli dominanti. Certamente, un pizzico di scetticismo rimane anche alla fine della pellicola, perché trovare la felicità non è una cosa affatto facile, e sembra quindi difficile che basti entrare a far parte di Ananda per raggiungere un simile obiettivo, tuttavia non penso che lo scopo del film sia unicamente quello di avvicinare le persone a queste comunità, quanto appunto di spingerle verso una maggiore consapevolezza di ciò che conta veramente nella vita, non tanto per trovare la felicità una volta per tutte, quanto comunque per intraprendere un percorso in direzione di essa, che ci può condurre se non altro ad una maggiore serenità.
Luca Fiorucci

ansa

Cercando la felicità all’Ananda World

In sala e dvd il film sulle comunità sparse nel mondo

(ANSA) – ROMA, 17 NOV – “Dio è nella bellezza, in ognuno di noi. Non c’è mai una sola riposta alle nostre domande. Ognuno può avere la vita che vuole, perché quando tu cambi, tutto il tuo mondo cambia con te”. E’ lo spirito delle comunità dell’Ananda World Brotherood Village sparse nel mondo e del film che le racconta: Finding Happiness (Vivere la felicità), in Italia con Bolero Film dal 20/11 al Barberini di Roma, dal 27 all’Apollo di Milano e al Greenwich di Torino. Diretto da Ted Nicolaou, esce anche in dvd.

indieeye

Cercare la felicità, vivere la felicità. E’ la ragione su cui si fondano le comunità Ananda nel mondo, un programma immenso racchiuso in due parole. 
Di Paola Di Giuseppe

Inizia come un reportage documentaristico, con filmati di repertorio sull’ultima crisi di Wall Street, Down Jones in picchiata, mercati che crollano, miliardi che bruciano, homeless che frugano nei bidoni della spazzatura e poliziotti in tenuta anti sommossa che sedano le piazze scalmanate con idranti e lacrimogeni.

Scenari disumanizzanti, déjà vu fin troppo consueti da terzo millennio, la vorticosa ripresa aerea sui grattacieli di Manhattan assegna allo sguardo una condizione di rassegnata disperazione, lo sky line della città tende al cielo grigio i suoi tentacoli di cemento mentre il portavoce governativo legge da uno schermo televisivo il prevedibile comunicato ufficiale:  “Il benessere e la sicurezza degli americani sono in pericolo”.

Nell’immensa fucina di sfruttamento di “un’ età – scriveva De Lillo – in cui il denaro parla a sé stesso”, benessere e sicurezza sono diventati sinonimi di felicità e i grandi temi della vita e della morte, dell’amore e del dolore, della solidarietà e della convivenza civile sembrano aver perduto diritto di cittadinanza.

Il direttore del Profile magazine e Juliet Palmer (Elisabeth Röhm), giovane giornalista d’assalto, specializzata in reportages sociali e fatti di cronaca giudiziaria, stanno discutendo con toni venati da blando scetticismo sul filmato appena visto, un promo che, dopo gli scenari urbani da apocalisse prossima ventura, con rapido cambio di scena approda sui prati verdi e i boschi lussureggianti dell’Ananda World Brotherhood Village, sede della comunità fondata nel 1968 da Swami Kriyananda, al secolo J. Donald Walters, discepolo del leggendario maestro indiano Paramhansa Yogananda.

Sostenitore e amico del Mahatma Gandhi, Paramhansa Yogananda ne aveva condiviso gli insegnamenti, facendo sua l’idea di non violenza e resistenza passiva. Nel 1920, giunto negli Stati Uniti, aveva cominciato a diffondere i fondamenti e le tecniche di meditazione del Kriya Yoga, antica disciplina spirituale elaborata da un maestro dell’Himalaya e rivolta a tutti gli uomini, senza distinzione di religione e ceto sociale. La sua Autobiografia di uno yogi, best seller di risonanza mondiale, divenne da allora il testo di riferimento delle numerose comunità spirituali nate nel mondo e fu ben presto il libro sacro dei giovani sessantottini.

Ad una Juliet scettica quanto basta, perfetto complemento della cornice asettica di un ufficio super tecnologizzato, illuminato da grandi vetrate con vista su Manhattan, il direttore chiede di trascorrere una settimana nella comunità Ananda per una full immersion da cui trarre un reportage in presa diretta per i suoi lettori.

Se è solo aria fritta lasciamo perdere” le concede, dopo aver tentato di farle accettare di buon grado l’incarico lasciando indietro un lavoro iniziato.

A Juliet non resta che partire, sarà una vacanza pagata, dopotutto.

Ted Nicolau sceglie di restare a metà tra documento e fiction, attori e personaggi reali convivono sulla scena per raccontare una storia eccezionale, quella di un uomo, J. Donald Walters, che per più di cinquant’anni ha affrontato dure sfide per portare al successo una scelta di vita coraggiosa e impopolare, assolutamente fuori da tutti gli schemi, qualcosa di molto complesso ma anche inscrivibile in una formula molto semplice: “Quando si cambia, tutto il mondo intorno cambia. Inizia il viaggio per trovare la felicità.

Sono le parole che Swami Kriyananda dirà, congedandola, alla bionda Juliet, ormai completamente galvanizzata dopo una settimana trascorsa in quel mondo a parte, mille ettari di terreno immersi nel verde nei dintorni di Sacramento in California (le riprese sono fatte anche nelle comunità di Palo Alto, Assisi e Kriyayoga Ashram, Pune, in India) dove farà esperienza di stili di vita alternativi al frenetico turbinio che stringe l’intero pianeta in una morsa d’acciaio.

Parole ormai desuete come pace, gioia, armonia, prosperità finiscono di essere pensate come stravaganti utopie di visionari predicatori del deserto, si scopre che la terra può essere coltivata rispettandola, gli animali amati come solidali collaboratori dell’uomo, i bambini abituati ai valori più sani della convivenza civile, servire gli altri può davvero essere quello che Gandhi riteneva “il modo migliore per trovare te stesso”.

Al suo ritorno a New York la nuova Juliet sa bene come intitolare il suo reportage: “Le città della luce.Una speranza per il futuro”.

Inutile esercizio di pedanteria sarebbe sottolineare, del film, alcuni evidenti difetti nella sceneggiatura e i limiti di una recitazione abbastanza stereotipata da parte dei personaggi di finzione.

La singolare inversione del regista rispetto al suo genere di elezione, l’horror, crea inevitabilmente qualche cortocircuito nella confezione, ma è ben poca cosa rispetto al messaggio forte che resta ed emoziona, aderente com’è alla verità di un sogno che si traduce ogni giorno in realtà per decine di comunità sparse nel mondo.

E’ dunque quanto mai rispondente al vero il giudizio, che facciamo nostro, di un addetto ai lavori, il regista e sceneggiatore Giacomo Campiotti: “Finding Happiness è molto più di un film. E’ un documento rivoluzionario che dimostra che la felicità non è un’ utopia. Da vedere e rivedere fino a quando non capisci che il protagonista sei tu”.